Sesso e violenza, l’oscuro cinema giapponese anni ’60-’70

05 aprile 2018


CineTrenta presenta:
"Sesso e violenza, l’oscuro cinema giapponese anni ’60-’70"

Disturbante, spiazzante, nichilista. Anche nel Dopoguerra nipponico si è sviluppato un mondo cinematografico non convenzionale. I suoi esponenti di spicco hanno filmato il disagio di una generazione senza riferimenti, ancora dilaniata dai postumi del conflitto. E nel pieno di una crisi di valori e identità. 
Un lungo viaggio tra le pellicole più graffianti.

4 aprile "Pastoral: To Die in the Country (Den-en ni shisu)" | di Shūji Terayama (1974)

Terayama gioca con il teatro, con gli sfondi di scena, con la rappresentazione e con la macchina da presa, nonché ovviamente con la mente dello spettatore e dei suoi protagonisti, vale a dire con la sua. In un surrealistico e machiavellico involucro racchiude pensieri e sensazioni probabilmente da lui stesso non ancora elaborate, giungendo ad un atto di sincerità artistica invidiabile e che trova l’agognata conclusione presumibilmente con l’atto filmico stesso, inteso come mezzo necessario per la catarsi di un bambino, di un adulto, di un artista. È tutto di guadagnato il fatto che, così facendo, Terayama riscriva i canoni del cinema di avanguardia, dal momento che tutto ciò non è che una conseguenza collaterale del frastuono fecondo che si trovava rinchiuso nella testa. E dunque, ricoprendo quasi immeritatamente il ruolo di ascoltatori, ci crogioliamo nella confessione di un intellettuale, andando a scoprire il caleidoscopio sensoriale illuminato dal raggio solitario e confidente di una mente in cerca di pace. Irrispettoso è definire Terayama un concentrato di Jodorowski e Fellini, privandolo di qualsiasi personalissima espressività e dimensione artistica. Stilisticamente ci sono pochi dubbi, ma questo non è che un effetto collaterale. Credo di aver sottolineato abbastanza la sincerità e la fervida espressività di un artista irripetibile, all’interno di un panorama irripetibile e necessariamente distinto da quello che poteva essere quello messicano e quello italiano degli anni Sessanta. Perché un artista non può prescindere dal suo contesto culturale: l’opera deve respirare aria locale per risultare incontaminata ed autentica. Così come un’installazione a tutto tondo come Pastoral non si può limitare alla mera dimensione cinematografica, risultando costellata di haiku scritti direttamente da Terayama stesso nella sua poliedrica vita da artista. Una confessione, trasversale all’arte in toto. Fino a squarciare le pareti di realtà e finzione, dello spazio cinematografico e del tempo della memoria. Il tutto per riuscire, finalmente, a gustare un tè con l’unica persona cercata e rifuggita, circondati dal caos e da volti appartenenti a ricordi lontani, che osservano e poi si allontanano nel traffico.


tutte le proiezioni partono intorno alle 21.30 - ingresso riservato ai soci Arci